In Giappone si può fare la spesa alle 4 del mattino, appoggiare senza problemi la borsa in un fast food per fare la coda alla cassa e stare certi che i treni arrivano puntuali (si vocifera che il ritardoaccumulato negli ultimi anni sia in media di 30 secondi).
Da quando vivo qui ho la sensazione che ogni giorno, ogni ora, tutto può accadere, e che ogni cosa è possibile perché basta volerla. Quando facevo l’insegnante d’italiano era la classica domanda che ogni giorno gli studenti mi rivolgevano: “Perché il Giappone?”. E io recitavo a comando: “Mi piace viaggiare, fare nuove esperienze,
conoscere nuove culture”. Dopo quasi tre anni nella terra del Sol Levante, prima a Osaka, ora a Tokyo, sono io a farmi la stessa domanda, praticamente ogni giorno. Ma la risposta è ben diversa.
[...]
Tokyo, così come Osaka, non rappresenta il Giappone. È una sorta di conglomerato di più città, l’una a fianco all’altra,
una sopra l’altra. Grattacieli, confusione, ansia dell’ultimo treno, bar, locali di ogni sorta, decine di milioni di persone che quotidianamente si sfiorano e un’immensa (e non banale) solitudine che angoscia.
Se si tolgono le classiche zone “da turista”, che hanno contribuito a costruire lo stereotipo “Tokyo e i giapponesi”, questa città è fatta anche di un’umanità che vive con meno di 1.000 euro al mese, di dignitosi senza tetto che non chiedono l’elemosina, di persone che vivono in una palazzina di due piani in zone popolari, pagano un
affitto di 420 euro e possono permettersi di vivere da sole.
Il mito del Giappone “caro e impossibile” è storia vecchia, che risale all’epoca della “bolla economica” degli anni ’80. Senza troppe pretese, qui si può mangiare con meno di 6 euro, andarsene in giro in bici e passare fuori un’intera nottata senza lasciarci il portafoglio.
Certo, avere una macchina e affittare un posto auto, per esempio, è tutt’altro discorso.
La premessa alla straordinaria sensazione di libertà che respiro l’ho provata solo in un altro posto al mondo: la Corea.
Nel 2005 passai quattro mesi a Seoul, lavorando come insegnante d’italiano in un istituto privato di lingua, insieme al Direttore Ugo e a studenti inimmaginabili.
Se non fossi andato in Corea non sarei neanche arrivato in Giappone.
Quel periodo passato tra kimchi (il cavolo coreano piccante) e vampate di aglio mi aprirono le porte di un nuovo universo: l’Asia.
I coreani sono sempre stati considerati i cuginetti un po’ buzzurri dei giapponesi (che spesso li chiamano urusai – “rumorosi”, “casinisti” – insomma, un po’ italiani) anche se ancora non si spiega come mai i giapponesi non facciano accedere nessuno alle loro antiche tombe imperiali (forse perché si scoprirebbe che sono identiche a quelle dei cugini, rivelando così la diretta discendenza dei giapponesi dai coreani?). Chissà.
Io, d’altronde, non so nulla di Asia, né di Giappone.
Non ho ancora capito l’Italia e gli italiani, figuriamoci i giapponesi.
Semplicemente, mi limito a guardare, osservare e scrivere quelle che sono solo impressioni, racconti, diari di un viaggio che deve ancora concludersi.
Senza alcuna pretesa di esaustività.
Senza preconcetti.
Senza pregiudizi.
Ogni giorno.
Perché il Giappone è un insieme di luoghi nei confronti del quale esistono solo diversi gradi di ignoranza.
Paolo Soldano